Social media Dāʿish – Le tecniche di persuasione dell’ISIS

Non è un articolo tipico del nostro blog, anzi.

Ma sembrava doveroso dover fare un’analisi del perché e di come la mente di una persona possa farsi plagiare ed arrivare a compiere barbarie simili.

Non ci crederete, ma anche per il Dāʿish, ovvero“ad-Dawla al-Islāmiyya fī al-ʿIrāq wa l-Shām”, nome arabo corrispettivo dell’inglese Islamic State of Iraq and Syria, o di  Islamic State of Iraq and al-Sham (toponimi che vanno ad indicare la celeberrima sigla ISIS), utilizzare una strategia di comunicazione (social e non) ben strutturata è stata ed è fondamentale.

La scelta di identificare un gruppo di Terroristi attraverso la proclamazione di uno stato, l’Islamic State appunto, che impone nei territori occupati una propria politica economica ed una propria “legge” basata sulla violenza e sul terrore, ha reso dunque necessario che il sedicente califfato islamico estremista guidato dal califfo Abū Bakr alBaghdādī comunicasse e portasse avanti la sua attività di propaganda, diffusione della paura e proselitismo attraverso i media, tradizionali e non.

Il Daesh (accezione occidentalizzata della parola araba Dāʿish) ha puntato a diffondere diversi messaggi con l’obiettivo di seminare destabilizzazione, paura e perché no, insinuare nell’occidente anche sentimenti di odio verso tutto ciò che è diverso e possibilmente accomunabile a loro.
Le tecniche di diffusione del messaggio hanno suscitato non poca attenzione nel mondo occidentale, dove appunto è stata indirizzata in questi anni la gran parte della campagna mediatica del califfato,  maggiormente verso Musulmani europei e americani, giovani o meno.
È stato curioso appunto notare la grande attenzione e la focalizzazione di sforzi concentrata nel proselitismo attraverso i Social media.
Secondo un rapporto del governo USA rilasciato recentemente, sarebbero circa 25000 mila le persone raccolte dal Daesh attraverso la rete, di cui 4500 Europei.

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Tweet di minacce indirizzato agli USA.

 

Ma facciamo un passo indietro e cerchiamo di capire come tutto è cominciato.

Nel 2004 i terroristi islamici di Al-Qaida decapitano il 26enne americano Nicholas Berg e mandano il video alla televisione araba Al-Jazeera che lo trasmette in tutto il globo.
Allora non esistevano né Twitter né Facebook ed essendo complicata la diffusione di messaggi multimediali tramite i pochi “smartphone” esistenti, decisero dunque di utilizzare uno dei canali televisivi più importanti del mondo arabo per diffondere la paura nel panorama internazionale.
Ebbene quello sarà il punto di partenza ed il caposaldo del disseminarsi dei messaggi del terrore.

Ma le tecnologie cambiano, soprattutto quelle comunicative e con loro anche le metodologie di diffusione.
Il Daesh ha capito appunto che oggi i messaggi viaggiano molto più velocemente rispetto ad 11 anni fa.

Persona chiave del sistema di comunicazione del califfato è Abu Amr al-Shami, palestinese laureato in Studi Islamici, che si è preoccupato di segmentare in modo ben organizzato e simile a quello di un’azienda, le comuniazioni dei terroristi.

Sua è l’idea di creare appunto una rivista online Dabiq, dove si possono trovare articoli mirati particolarmente a diversi target di popolazione e nella quale vengono mostrati i punti di vista del califfato per quanto concernono le politiche sociali e di assistenza ai ceti sociali più deboli.
Tramite Dabiq di solito si passa dalla “seduzione” dei simpatizzanti alla vera e propria coercizione delle reclute, previa opera di convincimento, il più delle volte tramite canali criptati (es.Telegram)

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Copertina di un Numero di Dabiq

Ma appunto è sui social che il Daesh fa il più alto numero di proseliti.
Al Hayat Media è l’operazione che si occupa di inviare messaggi al pubblico occidentale.
Guidata da un ex Rapper Tedesco che ha sposato la causa del Califfato, questa manovra mediatica ha il fine di mostrare lo stato islamico come portatore di benessere e pace.
Tanto è vero che era virale sugli account Twitter riconducibili all’IS la diffusione di contenuti che mostrano combattenti mentre distribuiscono gelati ai bambini e generi di prima necessità alla popolazione.

Questo avviene attraverso la diffusione di media online, quali video o immagini, i cosiddetti Mujatweets (dall’uso dei tweet appunto).

Il califfato tenta in questo modo di far leva sull’estremizzazione, sull’esaltazione di persone potenzialmente suscettibili alla causa islamica, sull’enfatizzazione della causa e sulla demonizzazione del nemico, premendo ovviamente sul sentimento religioso.
Il messaggio da veicolare è sempre quello che, da che non c’è più un califfo,  i Musulmani vivono umiliati . Bisogna far rifiorire l’orgoglio e le memorie del passato e c’è un solo modo per riuscirci : Combattere contro il nemico per tornare a splendere come una volta.
Questo viene dunque veicolato anche attraverso messaggi spediti, inviati da persone già vicine alla causa ed è un luogo comune che i messaggi ricevuti da amici e parenti hanno potere persuasivo maggiore rispetto magari a campagne pubblicitarie.
Stesso discorso va fatto anche  per altri gruppi di persone o giovani “sbandati”, che possano trovare una “raison d’etre” nella Jihad (accezione araba che serve ad indicare “esercitare il massimo sforzo”), combattendo per il Daesh sotto il comando del califfo Abū Bakr alBaghdādī.

La viralità dei contenuti a marchio “ISIS” è appunto qualcosa di spaventoso e la presenza di fiancheggiatori, che si muovono in ogni parte del mondo, rende difficile il riuscire a scardinare la loro presenza sulla rete.
Ad oggi si sta cercando in tutti i modi di contrastarli con enorme dispendio di fondi e di energie da parte delle nazioni impegnate alla lotta al terrorismo. Da qualche giorno anche il collettivo Anonymous, hacktivisti che agiscono a tutela della libertà di espressione ed informazione nel cyberspazio, ha dato nuovo pepe alla battaglia online.

Infine volevamo precisare solo un’ultima cosa;
La parola in arabo in copertina è salām, ovvero pace.
Oltre ogni opinione e ogni campanilismo, speriamo che un giorno tutto questo possa finire.

Link Utili :

Jihadhology – Un sito di studi sulla Jihad curato da Aaron Y. Zelin – Sezione del sito dedicata a Dabiq
Studio dell’ Project on U.S. Relations with the Islamic World presso il Brookings Institution – L’ISIS su Twitter
Twitter e jihad: la comunicazione dell’Isis
Rapporto del governo Usa Sui Foreign Fighters