Piccona(r)te – Indigeste Pillole di Vita N.°001

Scendo frettolosamente le scale, quasi inciampo, apro il portone ed il pungente freddo di Novembre mi percuote il viso. Cammino per strada e mi fermo al negozietto dietro l’angolo di Street Avenue, un negozio che da trent’anni a questa parte frequento spesso. Venti metri quadri, lanterne colorate che padroneggiano l’alto soffitto, odore di libri datati, il leggero brusio dell’acqua calda che scende dalla teiera.

Alzo il braccio in attesa che mi venga presa la comanda. “Un the alla vaniglia, grazie”. Dopodiché mi alzo, inebriato dal cartaceo odore di libri, dallo scaffale più alto zampillano tre libri dalle copertine scolorite: Manet, Magritte e Haring. All’improvviso un tonfo che rompe il silenzio, la cameriera fa cadere la mia tazza di the sul pavimento.

L’occhio cade sul mio orologio da polso, sono le nove ed io sono in fottuto ritardo.

Ringrazio la tipa del negozio, socchiudo la porta ed inizio a correre come un invasato, tanto da far pensare ai passanti che fossi sotto effetto di coca.

Studio Dentistico Dott. Mills, busso ed una vocina squillante risponde senza aspettare nemmeno che io dica il mio nome:”Robert salga.” Lei è Amelie, l’assistente/segretaria/tuttofare del mio capo, venticinque anni, capelli color rame, occhi verdi, bassina, appassionata d’arte, costretta tra queste quattro mura dentistiche per la perdita in giovane età di entrambi i genitori. Percorro ben due rampe di scale, apro la porta ed infilo il camice che ripongo ogni sacrosanta sera sull’appendiabiti alla sinistra del banco accettazione.

“Salve Dott. Mills, come andiamo?”. Lui è il mio capo, sessantenne arrogante ed irrimediabilmente irritante, sono venticinque anni che lavoriamo insieme e mi ha sempre chiamato per cognome. “Buongiorno Smith, tutto bene. La sua convenzionale domanda può anche risparmiarsela.”
Inizio ad accogliere i miei pazienti, senza controbattere, ci sono abituato al suo caratteraccio e sinceramente sono anche abbastanza saturo.

Proprio oggi è il secondo anniversario della morte di mia madre ed il secondo anno in cui quasi quotidianamente chiedo a me stesso se sono certo di sentirmi completo e soddisfatto della mia esistenza.

Ho un lavoro, una casa, un’auto, un gatto. Eppure appena sveglio al banco colazione, con la mia tazza di cereali tra le mani mi chiedo se sono stato capace di picconare del tutto la mia wish list.

Per wish list non intendo la casellina che compare su piattaforme per shoppers compulsivi, parlo dei miei desideri, dei miei obiettivi, insomma di tutto quello per cui sono stato messo al mondo.

Inizierò con l’invitare Amelie a bere un the, l’ho sempre trovata interessante.